Cosa significa la sigla LGBTQ?

LGBTQ è un acronimo per persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans(gender) e Queer.

Si riferisce, in generale, a tutte quelle identità con caratteristiche di genere o di orientamento affettivo/romantico/sessuale che si discostano dall’ideale normativo della cultura di riferimento (APA; Richards & Barker, 2013).

Viene utilizzato dalle stesse persone cui si riferisce, ed è quindi sicuro (ovvero, può essere utilizzato senza correre il rischio di offendere o micro-aggredire involontariamente la persona). Potenzialmente è molto più lungo di così (potresti aver trovato l’acronimo LGBTQI, per esempio, o addirittura LGBTQIAA, e così via…) perchè è in costante evoluzione: può cambiare nel corso del tempo e nelle diverse culture e società, e viene ampliato man mano per essere sempre più inclusivo delle realtà e dei modi di sentirsi.

Alcune definizioni incluse nell’acronimo (APA):

  • Lesbica: persona di genere femminile che prova attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso una persona dello stesso genere;
  • Gay: persona di genere maschile che prova attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso una persona dello stesso genere (a volte utilizzato anche, genericamente, dalle persone omosessuali indipendentemente dal genere);
  • Bisessuale: termine ombrello per indicare attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso più di un genere (pansessuale, omnisessuale, ecc…);
  • Transgender: Termine ombrello per indicare tutti coloro che mostrano una non congruenza tra il genere assegnato alla nascita e l’identità, l’espressione, il ruolo di genere;
  • Queer: Termine ombrello per indicare tutti coloro che mostrano una varianza in termini di orientamento affettivo/sessuale e/o caratteristiche di genere rispetto alla norma culturale.

Perché emergono nuove etichette?

Il linguaggio è il dispositivo culturale con il quale vengono veicolati e diffusi i significati del contesto storico-culturale di riferimento. Offre alle persone la possibilità di descriversi e di conseguenza, di poter dire “io sono”, ovvero di esistere. I tentativi di creare un linguaggio che ne contempli le esperienze è il modo con il quale ritagliarsi un posto in un contesto culturale che spesso ne invalida o ne disconosce la realtà, affermando la propria esistenza, la propria validità, la propria libertà di essere. Ecco allora che il pronome e l’etichetta identitaria divengono aperture di possibilità e contesti di senso, entro i quali è possibile cominciare a riconoscere l’esistenza e l’esperienza di coloro che non si situano nella normatività sessuale.

Per questo motivo le etichette sono in divenire e ne emergono, sempre, di nuove: come identitarie, esse sono necessariamente differenti per ognun* perché l’esperienza è unica, irripetibile, e personale! Potersi dire appartenenti a una determinata categoria, tuttavia, è anche fondamentale per alcune persone perché consente di sentirsi simili, ovvero parte di una comunità e non soli (caratteristica che sappiamo essere fondamentale per ridurre l’impatto delle discriminazioni).

Creare un linguaggio inclusivo garantisce uno spazio culturale e linguistico entro il quale la persona possa affermarsi e ri-conoscersi, rendendo maggiormente identitaria la propria esperienza entro i contesti socio-culturali condivisi (Zimman, 2016).

Quali implicazioni nell’uso di un acronimo?

Benché molti tipi di acronimi possano essere utilizzati, non sono intercambiabili. Ogni lettera rappresenta un tipo specifico di gruppo: quando scegliamo di utilizzare una sigla, stiamo escludendo o includendo determinate persone. Per essere il più inclusivi possibile, si può aggiungere un + in fondo. L’utilizzo di questi termini è importante, perché permette di mettere in luce situazioni ed esperienze che sono spesso invece invisibili o rese tali nei contesti sociali e in quelli sanitari.

Non dobbiamo dimenticare che le categorie sono sempre un’arma a doppio taglio perché rischiano di uniformare coloro che vi appartengono a uno stereotipo o a una caratteristica, imprigionandol* in una casella con regole ben definite e confini da rispettare, limitandone le possibilità di agire e sentire. E’ importante invece ricordare che c’è una variabilità intra-categoriale, data dall’unicità della persona con le sue caratteristiche soggettive e la sua storia di vita, che la rendono assolutamente irripetibile e diversa da chiunque altro. Lesbica, Gay, Bisessuale, Transgender e Queer sono aggettivi, e non sostantivi! Diremo un uomo Gay (e non «un Gay»), una <<donna Lesbica» e non «una lesbica» e così via. Pensa a quanto spesso, nel linguaggio di tutti i giorni, sbagliamo nell’utilizzo di queste parole: ti è mai capitato di leggere, anche su testate autorevoli, errori di questo tipo?

Infine, è importante ricordare che non tutti hanno piacere ad essere identificati con una categoria o si riconoscono in una di esse; è sempre necessario chiedere alla persona come vuole che ci riferisca, e utilizzare i termini che usa per riferirsi a sé stessa. L’etichetta deve definire, e non rinchiudere o limitare.

Limiti e nuove proposte

L’acronimo LGBTQ+, se da un lato resta fondamentale perché ha dato e da voce visibilità a una serie di esperienze e di modi di essere nel mondo ancora spesso squalificati o resi invisibili, dall’altro comporterebbe alcune criticità (Barker, 2017):

  • Ogni lettera presuppone un binarismo, cioè una contrapposizione rigida tra una categoria e il suo opposto: gay/etero, transgender/cisgender, ecc. Oggi sappiamo invece che identità e orientamento sono meglio intesi e rappresentati in modo dimensionale;
  • «LGBT» contrappone una minoranza, le persone LGBT, a una maggioranza normativa, e passa il messaggio che la diversità e le sfumature appartengano solo ad essa, ovvero, che sessualità e genere siano rilevanti (e potenzialmente associati a sofferenza) solo per pochi. In realtà, si tratta di temi con grandissima rilevanza (e possibile criticità) per chiunque!;
  • Presuppone una sorta di uniformità intracategoriale: corre il rischio di portarci a pensare alle persone gay come tutte uguali, e così via. Questo meccanismo rinforza stereotipo e pregiudizio;
  • Esclude le sfumature nella relazionalità (ad es, le non monogamie consensuali) e sessualità (ad es, Kink e BDSM);
  • Presuppone la categorialità delle identità e delle appartenenze, come se queste fossero dei compartimenti stagni: in realtà, sappiamo che ogni persona è il frutto dell’interserzionalità di numerose variabili identitarie (ad esempio: donna, lesbica, transgender). Questo ha delle implicazioni molto importanti per le conseguenze psicosociali che queste differenti appartenenze comportano, a loro volta da inserire nello specifico contesto in cui si giocano (per un approfondimento, guarda questo articolo su minority stress);
  • La sigla è in costante evoluzione e, con l’obiettivo di raggiungere una sempre maggiore inclusività, rischia un effetto detto “zuppa alfabetica” (“alphabet soup”), risultando potenzialmente infinita.

Per questo motivo sono state proposte differenti sigle, come GSRD (Gender, Sexual and Relationship Diversity) con l’obiettivo di sottolineare come siamo tutti diversi per genere, sessualità, e relazionalità e come queste debbano essere intese come dimensioni fluide e temporali, potenzialmente intersezionali tra loro. Questo permette di intendere la diversità come norma che accomuna tutti gli esseri umani, secondo un gradiente (spettro), entro cui chiunque può essere collocato, senza rigida distinzione tra normativo e non normativo. Questo permette di non ridurre le persone a rigide categorie, de-umanizzandole e de-storicizzandole, perdendo l’unicità dell’individuo. Permette inoltre di ridurre il divario tra normativo e non normativo e di considerare queste dimensioni come fluide, e non necessariamente fissate e immodificabili.

Come agire?

Tramite il linguaggio possiamo validare o invalidare l’identità dell’altro e svolgere una funzione supportiva e protettiva, o viceversa aggredirlo e ferirlo; possiamo veicolare inconsapevolmente significati e norme culturali implicite responsabili di stigma e discriminazione oppure portarle alla luce e quindi modificarle veicolandone di nuove. Utilizzare un linguaggio corretto e privo di assunti impliciti crea cambiamento perché introduce significati differenti.

La regola è quella di utilizzare sempre le parole che le persone utilizzano per definirsi! In caso di dubbio, chiediamo… E se facciamo errori, chiediamo scusa, correggiamoci, e andiamo avanti! Infine, ricordiamo che le categorie ci offrono degli universali, ma è necessario andare oltre e cogliere l’esperienza del singolo, che emerge nella sua narrativa, e si gioca sempre entro un contesto storico-culturale di appartenenza. Solo in questa intersezione è possibile cogliere l’identità.

Riferimenti