Che cosa è l’identità di genere?

L’identità di genere è definita come il “senso intimo, profondo e soggettivo di essere un maschio, una femmina, o un genere alternativo (genderqueer, gender nonconforming, gender neutral, agender…) che può corrispondere o meno al genere assegnato alla nascita, o alle caratteristiche biologiche del corpo sessuato” (APA, 2015).

E’ una dimensione che insieme all’orientamento affettivo (da chi siamo attratti), all’espressione di genere (il modo in cui esprimiamo il nostro genere all’esterno), al ruolo di genere (come agiamo il genere a livello socio-culturale e relazionale) e alle caratteristiche del corpo sessuato (le variabili biologiche del sesso), concorre a definire la nostra identità sessuale.

 

Chi sono io?

Prova a pensare alle tue prime esperienze di genere; riesci a ricordare quando hai realizzato, per la prima volta, quale fosse il tuo genere? Ad esempio, tramite una divisione in maschi/femmine a scuola; oppure, quando hai percepito un senso intimo di appartenenza. (Iantaffi & Barker, 2018).

Potresti non aver mai pensato esplicitamente al tuo genere e al modo in cui ti senti rispetto ad esso. Probabilmente, pensare che l’identità di genere si sviluppi secondo un processo può risultarti strano;

per coloro che non percepiscono uno scarto tra le caratteristiche biologiche, quelle legate alle aspettative culturali, e il proprio senso intimo di appartenenza a un genere, la percezione è che si tratti di qualcosa di spontaneo, naturale, già dato.

Le persone che percepiscono una coerenza tra queste dimensioni vengono chiamate “cisgender”. Al contrario, coloro che percepiscono uno scarto tra il genere assegnato alla nascita, i ruoli/espressioni di genere ad esso connessi, le caratteristiche biologiche sessuate e il proprio senso intimo e profondo di essere maschio, femmina o altro, esperiscono o manifestano una varianza di genere, e rientrano sotto il grande termine ombrello di “transgender” (anche se non tutti si identificano con questa parola) (APA, 2015).

 

Uno, nessuno, centomila: il genere non è un binario!

Siamo soliti pensare all’identità di genere in modo:

  • binario (due possibilità, M/F)
  • categoriale (separate e ben definite da un insieme di caratteristiche prototipiche)
  • fisso (stabile per tutta la vita).

L’identità di genere è, invece, una dimensione; implica un continuum con due estremi (M/F), all’interno dei quali è possibile porsi in molti punti diversi in momenti diversi della propria esistenza. Le identità che non rientrano nel binario sono dette genericamente “Non-binary”. Le persone che si identificano come non binarie fanno esperienza della propria identità di genere in modo più fluido, non pienamente inquadrabile in nessuno dei due contenitori dicotomici M o F (Barker, 2019). In molte culture non occidentali, il genere è da sempre considerato non binario!

Esistono molti termini diversi utilizzati dalle persone per descrivere il modo in cui si sentono (ad es: agender, gender neutral, bi-gender, two-spirit, ecc…). E’ un linguaggio in continua e rapida evoluzione, che spesso confonde le persone che non si riconoscono in queste categorie. Non sono necessariamente etichette da leggersi alla lettera, ma modi delle persone per ritagliarsi un posto all’interno di un contesto culturale che non ne contempla l’esistenza: se non ho una parola per definirmi, come posso dire “Io sono…”?

 

Come si sviluppa l’identità di genere?

Oggi sappiamo che l’identità di genere non è già data nel momento in cui nasciamo, nè implicata in modo rigido e inequivocabile dai nostri geni genetico o genitali; è il risultato di un’interazione di numerosi fattori, e si struttura lungo un processo che dura diversi anni.

A tre anni i bambini sanno di essere maschi o femmine e cominciano a utilizzare pronomi di genere (Levorato, 2002). Non deve stupire, quindi, che a questa età si possano manifestare comportamenti gender-diverse. Questi comportamenti sono considerati atipici rispetto alla norma socio-culturale, come ad es, preferenza per giochi considerati tipici di un altro genere, o desiderio di avere un aspetto considerato poco consono al genere di appartenenza, ad es, i capelli lunghi nei maschi.

Questi non sono prodromici di per sé di una varianza di genere strutturata, sia perché nel crescere spesso vengono meno, sia perché modalità alternative di esprimere il proprio genere, anche se permangono in età adulta, non dicono nulla dell’identità di genere della persona. Le diverse componenti dell’identità sessuale (espressione, ruolo, genere assegnato alla nascita, identità di genere, orientamento affettivo) non sono tra loro connesse in senso causale.

Fino a 6-7 anni, i bambini credono che il genere sia determinato da variabili esterne come il taglio di capelli o i vestiti, e sia quindi modificabile tramite esse. Dopo i 7 anni, si strutturano le modalità stereotipiche di genere rinforzate dal contesto culturale e familiare (Santrock, 2008; Schaffer, 1996). Lo sviluppo dell’identità di genere è un processo ancora in divenire: prosegue almeno fino all’adolescenza e prende direzioni non ancora perfettamente prevedibili.

Inoltre, nessuno di noi esiste in isolamento; siamo sempre in un mondo, con caratteristiche e regole sociali e culturali e con gli altri, i cui pregiudizi, valori, e credenze influenzano i modi di sentirsi e di agire.

 

Cosa è normale?

L’esistenza di differenze nelle modalità in cui sentiamo di appartenere a un genere, e in cui lo esprimiamo, è un fenomeno comune e non necessariamente negativo o patologico. Prova a pensare allo stereotipo associato al genere che senti tuo: ti comporti e ti mostri in modo sempre aderente e coerente con esso? Tutti noi, a vari livelli, esprimiamo nel corso della vita una possibile varianza dalla norma.

 Tuttavia, se viviamo in una cultura in cui sono presenti norme implicite come quelle della cisnormatività (l’aspettativa che tutte le persone siano cisgender e che la coerenza genere-sesso sia l’unica possibilità “normale”), è facile percepire queste deviazioni dalla norma come sbagliate, patologiche, o bizzarre.

Ecco perché nella letteratura è nota l’incidenza di maggiore sofferenza psicologica nelle persone transgender; tale sofferenza è connessa al minority stress percepito e non alla condizione di varianza di per sé (APA, 2015).

Riflettere sui nostri stereotipi di genere e sulle nostre convinzioni implicite, portando alla luce le norme pre-riflessive che li definiscono, consente di esperire, esprimere, e vivere il proprio genere in modo più proprio e autentico, e comportarsi di conseguenza nei confronti della varianza di genere manifestata dalle persone attorno a noi.

Questo è particolarmente importante per il professionista di salute mentale, che deve avere piena consapevolezza dei propri bias impliciti nei confronti della varianza di genere, al fine di fornire un servizio affermativo, positivo, e non patologizzante a coloro i quali vi si rivolgono.

Per saperne di più, puoi visitare questa guida in lingua inglese che ti guiderà passo passo nella scoperta delle sfumature del (tuo) genere:

 

Bibliografia

American Psychological Association. (2015). APA dictionary of psychology (2nd ed.). Washington, DC: Author.

American Psychological Association. (2015). Guidelines for Psychological Practice with Transgender and Gender Nonconforming People. American Psychologist, 70(9), 832-864.

Barker, MJ. (2019). Good Practice across the Counselling Professions 001: Gender, sexual, and relationship diversity (GSRD). British Association for Counselling and Psychotherapy

Iantaffi, A. & Barker, MJ. (2018). How to Understand Your Gender: A Practical Guide for Exploring Who You Are. Jessica Kingsler Publishers, London and Philadelphia.

Levorato M.C., (2002). Lo sviluppo psicologico. Dal neonato all’adolescente, Einaudi, Torino

Santrock J.W., (2008). Child Development (ed. It. a cura di D. Rollo, Psicologia dello sviluppo, McGraw-Hill, Milano 2008).

Schaffer H.R., (1996) Social Development (ed. It. A cura di A.O. Ferraris, Lo sviluppo sociale, Cortina, Milano 1998).