Discrepanza tra genere esperito e genere assegnato

I bambini possono esprimere una notevole varietà rispetto all’identità ed ai comportamenti di genere.

La discrepanza tra il genere assegnato alla nascita e quello esperito può esordire già verso i 2-4 anni di età: in questo caso i bambini possono esprimere il desiderio di essere dell’altro genere, affermare di esserlo o che da grande lo saranno.

A livello comportamentale preferiscono un abbigliamento che è considerato tipico dell’altro sesso e possono rifiutare di vestirsi con abiti culturalmente ritenuti adatti al proprio sesso. Possono altresì manifestare una preferenza per i giochi solitamente praticati dall’altro sesso ed una forte propensione per compagni dell’altro sesso.

 

Quali parole è corretto utilizzare?

Ma facciamo un po’ di chiarezza sulla terminologia più corretta per affrontare questo tema: il sesso e l’identità di genere sono sinonimi? E che differenza c’è tra genere ed orientamento sessuale?
Ecco un breve glossario:

  • Sesso biologico: si riferisce agli indicatori biologici di maschio e femmina come i cromosomi, gli ormoni e gli organi genitali interni/esterni (genere assegnato) ed è un concetto slegato da quello di identità.
  • Identità di genere: risponde alla domanda “di quale genere mi sento?” Si riferisce infatti all’identificazione di un individuo come uomo, donna o a volte come appartenente a categorie diverse, corrisponde dunque al genere con cui una persona si identifica primariamente (genere esperito).
  • Orientamento sessuale: termine con il quale si indica la direzione dell’attrazione affettiva e sessuale; prescinde da ogni possibile scelta individuale, in sostanza basta chiedersi “chi mi piace?”.
  • Espressione (o comportamento) di genere: “come esprimo il mio genere?” è il modo di esprimere l’appartenenza di genere, per esempio con abbigliamento, atteggiamenti, linguaggio ecc.
  • Disforia di genere: indica la sofferenza e il disagio che può accompagnare l’incongruenza tra il genere esperito o espresso da una persona in relazione al genere assegnato.

 

Perché è importante fare queste distinzioni?

Risulta fondamentale, per esempio, non confondere l’identità di genere atipica con i comportamenti non conformi al sesso di appartenenza (espressione di genere).

Un bambino che preferisce giocare con le bambole è un bambino che si sente maschio come gli altri, ma che semplicemente non si comporta come la maggior parte degli altri. Una situazione molto diversa da quella in cui un bambino sostiene di essere una femmina e che manifesta un disagio per essere identificato come un maschio!

I bambini con disforia di genere, per esempio, danno segnali abbastanza chiari del fatto che l’appartenenza all’altro genere è una questione identitaria sempre più urgente e centrale per loro.

 

Uno sguardo al futuro

Spesso, uno dei primi interrogativi che ci si pone è rivolto al futuro, domandandosi se sarà così per sempre.

L’organizzazione atipica dell’identità di genere nell’infanzia può avere esiti variabili. Nei bambini è infatti presente una importante fluidità e possibilità di cambiamento. La letteratura indica che solo una percentuale di loro (15-30%) mantiene tale caratteristica in età adulta, la maggior parte in fase puberale sviluppa un’identità di genere tipica.

I soggetti con esordio in età peripuberale hanno invece una grande tendenza a mantenerla in età adulta.

 

Quando diventa importante rivolgersi ad un professionista

Tra “normalità” e patologia

Non necessariamente i bambini che presentano uno sviluppo atipico dell’identità di genere hanno bisogno di un intervento specialistico, di per sé tale condizione non è assolutamente patologica!

Per i bambini, il problema può emergere quando questa condizione è associata ad una significativa sofferenza psicologica e ad una compromissione del funzionamento psicologico o sociale (ad esempio quello scolastico).

È bene quindi prestare molta attenzione alla qualità dell’esperienza del bambino o della bambina e di sintonizzarsi su di essa.

Bisogna infatti fare una distinzione tra l’eventuale disagio dei bambini e quello proprio dei genitori/familiari che potrebbero essere in difficoltà nel rapportarsi con loro.

 

Affrontare i propri dubbi e timori

Nella nostra società, sentirsi confusi e spaventati di fronte ad un bambino che manifesta una discrepanza di genere, è perfettamente normale e comprensibile. Può capitare di chiedersi “dove ho sbagliato?”, “perché è capitato proprio a me?” o di non sentirsi dei bravi genitori. Può emergere inoltre preoccupazione relativa alle interazioni sociali: “sarà vittima di bullismo?”, “riuscirà ad avere degli amici?”.

Sono domande e timori comuni a cui si possono accompagnare molte emozioni tra cui la vergogna, tuttavia in questi casi è importante fare uno sforzo e chiedere aiuto ad un professionista esperto nel settore per affrontare le proprie paure, difficoltà e dirimere ogni dubbio.

Consiglio la visione di questo video proposto ad un convegno su “Identità e diversità” a cui partecipai nel 2018 e che ben esprime, a mio parere, sia lo stato d’animo che l’importanza della comprensione e del supporto da parte di un genitore di un bambino transgender.

 

Concludendo…

In ultima analisi è bene precisare che sia l’intervento da parte di un professionista, sia il supporto di genitori e familiari devono essere improntati alla riduzione del disagio, a fornire sostegno al bambino e non a cambiare l’identità.

Ricordiamoci che non c’è nulla che un genitore può fare per cambiare l’identità di suo figlio e qualsiasi pratica, anche professionale, volta a modificare in qualche modo l’identità della persona è inefficace, non etica, dannosa ma anzi controproducente.

 

Bibliografia

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Intervista ad Antonio Prunas di Anna Giulia Curti (2018). Bambini transgender: consigli ai genitori. Come comportarsi se un figlio mostra una “disforia di genere”? https://psiche.cmsantagostino.it/2018/10/11/bambini-transgender-consigli-genitori/

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