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16 Febbraio 2022Le difficoltà e le resistenze nella terapia di coppia.
Quando, come coppia, cominciamo ad avvertire delle difficoltà nella sfera relazionale o sessuale, si può palesare nei nostri pensieri la possibilità di intraprendere un percorso di coppia.
Fin dalla ricerca del terapeuta adatto o dal momento in cui si fissa il primo incontro possono emergere diverse fantasie; a volte eccessivamente ottimistiche e quasi miracolose, altre volte meno rosee e senza speranza.
I fattori per cui una terapia di coppia (relazionale o di counseling sessuologico) può andare a rilento, fermarsi o fallire, hanno diversa natura e comprenderla può aiutare a non perdere la speranza che questa possa essere la via giusta.
Questi fattori possono essere suddivisi in: fattori interni la coppia, fattori esterni, fattori dovuti alla terapia stessa.
Fattori interni
Lo vuoi tu! Io lo faccio perché me lo chiedi e voglio dimostrarti che ci tengo; questa purtroppo è la frase più frequente che mi sento dire in sede di primo incontro (quando emerge una diversità di visioni) e, sebbene a volte possa sembrare comprensibile, altre volte nasconde possibili pericoli come quella che viene identificata come una delle maggiori cause di fallimento: la mancanza di compliance terapeutica (quella che gli psicanalisti chiamano appunto resistenza al trattamento).
Spesso riflette la paura di una delle parti di iniziare un percorso profondo, di cambiamento, che può “smascherare” qualche difetto e che può far emergere fragilità finora tenute al sicuro.
Questo, con un’accoglienza calorosa ma professionale, può essere trattato e portata all’interno del cambiamento di coppia.
Purtroppo, alcune volte invece, diventa un freno, una opposizione al cambiamento difficile da rimuovere: probabilmente questo dovrebbe essere il primo elemento a cui fare attenzione, prima di iniziare qualsiasi percorso. In questo caso iniziare individualmente, per trovare la strategia giusta al fine di coinvolgere l’altro, potrebbe essere vincente.
Anche da parte di chi propone primariamente questa richiesta può emergere qualche resistenza; a volte infatti, quando c’è un miglioramento nel “fattore debole”, sorgono dubbi, difficoltà o resistenze da chi fino a quel momento non sembrava averne. Questo aiuta a far emergere all’interno della coppia come nessuno dei due è esente da problemi, ma che nel percorso, entrambi possono imparare a conoscersi ed apprezzarsi per quel che sono.
In alcuni casi invece può esserci la volontà di entrambi ad iniziare, ma dove poi, durante il percorso, emerge come un cambiamento possa essere ostacolato da un problema specifico del singolo, come convinzioni disfunzionali o idee rigide rispetto alla relazione, che andranno trattati prima (o insieme, durante) il processo terapeutico.
A volte capita invece che una coppia inizi un percorso in forma “mascherata”; il percorso di terapia può essere visto solo apparentemente come “di coppia” ma condotto come fosse una terapia individuale; la presenza del partner serve a rendere “testimone” l’altro dei difetti condivisi e delle ragioni portate al terapeuta. Una specie di “adesso dico anche al terapeuta quello che è successo e vediamo chi ha ragione”; una motivazione poco utile per un buon funzionamento della relazione.
In altre situazioni invece emerge come la relazione sia così compromessa per cui non ci sia modo di produrre cambiamento, e, anzi, potrebbe essere una forzatura poco utile al benessere duraturo della coppia. In questi casi una separazione consensuale e ben gestita potrebbe essere un buon successo terapeutico, ed un terapeuta formato potrà aiutare ad afferrare e portare avanti questa scelta in maniera positiva. Non sempre è comprensibile questa scelta, ma il detto “meglio soli che mal accompagnati”, in qualche senso, fonda le sue radici in situazioni di questo tipo: essere felici non deve dipendere dal funzionamento della relazione in essere, ma anche dal raggiungimento della consapevolezza che quella relazione “non ha da essere” e che possiamo essere più felici fuori da alcune situazioni.
Fattori esterni
Spesso capita di vedere coppie che iniziano il percorso d’accordo, motivati e attenti ma inconsapevoli che fattori esterni possono interferire con il loro benessere: uno dei casi è quello che vede la presenza di una psicopatologia (depressione, disturbo bipolare, disturbo d’ansia, disturbi psicotici, ecc.) in uno o entrambe le persone. In questo caso si dovrebbe prima prendere in carico il singolo oppure, dove possibile, la coppia ma al fine di “risolvere” prima questo aspetto e, solo successivamente, la problematica di coppia, che spesso può migliorare già dalla presa in carico di problematiche individuali.
Altro fattore esterno è costituito dai disturbi organici non identificati, problematiche legate al funzionamento biologico (impotenza primaria, malattie croniche o acute dell’apparato riproduttivo o delle vie urinarie, malattie metaboliche, problematiche neurologiche, ecc.) che non sono state riconosciute prima dell’inizio del percorso. Come in ogni percorso psicoterapeutico, risolvere o limitare questo tipo di interferenza è fondamentale.
Ci sono poi interferenze esterne di tipo psicologico e/o sociale, come la presenza di relazioni, dei singoli o della coppia, disturbanti, contesti di lavoro particolarmente stressanti, problematiche di familiari o figli o economiche che non permettono il livello minimo di serenità individuale per poter concentrarsi su di sé.
Non dimentichiamo in questa categoria anche utilizzo di sostanze (alcol, droghe, farmaci, ecc.) e di abitudini poco sane (malnutrizione o nutrizione poco sana, sedentarietà, dipendenze comportamentali, ecc.) che andrebbero trattate o inserite come possibili fattori di rallentamento nel percorso insieme.
Fattori interni alla terapia
Anche il terapeuta non è esente da difetti e purtroppo può divenire un elemento di freno al processo terapeutico.
Gli errori del terapeuta, come richiedere compiti troppo difficili o troppo incalzanti, non dare la giusta priorità ai fattori di disturbo (sessualità trattata prima della relazione, o viceversa, ad esempio) o prendere una posizione asimmetrica rispetto alla coppia, sono di certo tra i primi segnali che quella relazione di cura non sarà particolarmente fruttuosa.
Inoltre, come esseri umani, può capitare di non riuscire ad empatizzare con un membro o la coppia, impedendo l’accoglienza dell’esperienza riportata nello studio in maniera serena e professionale; in questo caso sarebbe bene richiedere o proporre un invio ad altro professionista, in quanto aspetti imprescindibili per la buona riuscita del percorso.
Anche la teoria di base su cui si basa il professionista ha inevitabilmente delle influenze, sia nell’approccio al problema sia nell’incastro che può andarsi a creare con le propensioni personali o di coppia: teoria cognitivo-comportamentale, sistemico-relazionale, psicodinamica hanno delle caratteristiche particolari che non sempre riescono a cogliere le necessità delle persone che vi si approcciano. Chiaramente non si può pretendere da “non addetti ai lavori” di conoscere e scegliere in base alla teoria di riferimento, ma provare a conoscere diversi approcci, e quindi diversi terapeuti, prima di iniziare un percorso è sicuramente un atteggiamento che personalmente ritengo corretto.
Poi non si può negare che la professionalità e l’esperienza di un professionista possono far andar oltre i limiti e pregi della teoria di riferimento, per questo la conoscenza di persona non può essere sostituita da nessun altro mezzo di conoscenza.
Se succede cosa faccio?
Qualsiasi sia la resistenza al trattamento o il freno l’importante è individuare il prima possibile la fonte di tutto ciò; se si è arrivati a fare la scelta di iniziare a prendersi cura della relazione, un passo indietro non può migliorare le cose. Se si capisce di che tipo è la difficoltà condividerlo subito con il terapeuta individuato può essere la scelta migliore per prospettare nuovi scenari coerenti con la scelta iniziale: stare meglio e farlo subito.
Una cosa che purtroppo capita spesso ai professionisti è sentirsi “l’ultima spiaggia” o i salvatori, perché i precedenti tentativi non sono andati a buon fine; non c’è niente di male nel fare diversi tentativi; anzi, è un diritto quello di poter scegliere la forma di terapia ed il terapeuta che sentiamo, anche semplicemente a pelle, più adatto a noi; anche cambiare in corso d’opera non può essere condannato; la cosa più importante è il benessere delle persone e delle coppie che arrivano nei nostri studi, non la lealtà nei nostri confronti!
Se viene difficile individuare terapeuti nella zona, ormai da tempo si stanno sempre più dimostrando efficaci gli interventi on-line; questa via può facilitare l’accesso a questo tipo di servizio e la possibilità di trovare la persona più adatta al nostro caso.
Bibliografia
Dettore, D. (2018). Trattato di psicologia e psicopatologia del comportamento sessuale. Giunti ed.
Gottman, J.S., Gottman, J.M. (2017). Dieci principi per una terapia di coppia efficace. Raffaello Cortina Editore
Gottman, J.S., Gottman, J.M. (2021). La scienza della terapia di coppia e della famiglia. Raffaello Cortina Editore





