(Foto di Ava Sol)

Per chi non ha familiarità con il termine, la morte del letto “lesbico” (dall’inglese lesbian bed death) è la credenza secondo cui le donne che hanno relazioni intime con altre donne sono destinate a un rapido tramonto dell’attività sessuale. Ma su quali dati si fonda questo pregiudizio? E quali sono le sue implicazioni?

Si tratta solo di donne lesbiche?

È necessaria una precisazione: per quanto l’espressione sia stata creata in riferimento alla popolazione lesbica, viene applicata a tutte le donne non eterosessuali coinvolte in relazioni intime che comprendono rapporti sessuali con altre donne. E no, non sempre queste donne definiscono se stesse, o le loro relazioni, come lesbiche. Possono identificarsi come bi/pansessuali, demisessuali, aromantiche, o sentire proprio uno qualsiasi dei molti orientamenti che presuppongono l’attrazione verso altre donne. Possono anche scegliere di non dare alcuna definizione ai loro rapporti.
A fare da cornice alla morte del letto “lesbico” non è tanto la specifica identità lesbica; quanto, piuttosto, il focus su donne (cisgender) in relazioni intime con altre donne. I primi studi che hanno originato questo mito non indagavano esplicitamente gli orientamenti del campione: per semplificazione si parlava quasi esclusivamente di donne lesbiche. Oggi, però, sappiamo che le conseguenze degli stereotipi sulla sessualità femminile riguardano tutte le donne che hanno rapporti sessuali con altre donne, a prescindere dal proprio orientamento. Iniziamo a scoprire perché, a partire dalle radici di questo pregiudizio.

Gli anni ‘80: le prime ricerche

Nel 1983 Schwartz e Blumstein svolsero una ricerca sul comportamento sessuale della popolazione statunitense, su un campione di 12000 coppie, di cui 788 coppie lesbiche. Dai risultati emerse che le coppie lesbiche, tra tutte, erano quelle con l’attività sessuale più ridotta.
Seguirono altri studi di poco successivi, che confermarono, almeno in parte, che le coppie (definite) lesbiche non solo avevano meno rapporti sessuali se confrontate con le altre, ma sperimentavano anche un più rapido e significativo calo nella frequenza dell’attività sessuale, col procedere delle relazioni.
Ben presto queste statistiche furono diffuse dai media e una narrazione delle donne lesbiche come non-sessuali iniziò a radicarsi nel pensiero comune occidentale. Se prima le donne erano considerate patologiche quando avevano relazioni sessuali con altre donne, dagli anni ‘80 si iniziò (per paradosso) a problematizzare un’apparente ridotta frequenza dei rapporti sessuali tra donne. Ma i risultati di quegli studi erano davvero rappresentativi della realtà?

Un’indagine fuori fuoco

I risultati di Schwartz e Blumfield e dei successivi studi sul tema hanno suscitato molto dibattito anche a causa delle numerose critiche ricevute. Esse sono state rivolte prevalentemente:

1. Alla definizione di sesso:

  • Comunemente per “sesso” si intende l’atto penetrativo del pene in vagina, senza pensare a tutti i rapporti diversi da questa dinamica, specialmente se di natura non genitale o se non finalizzati all’orgasmo. Alcune donne lesbiche, interiorizzando questi presupposti cisnormati ed eteronormati (cioè basati sulle identità cisgender e sull’eterosessualità come norme) non riscontrano nella loro esperienza le caratteristiche sopra menzionate.
  • La frequenza dei rapporti sessuali è equiparata alla salute sessuale, trascurando di specificare che lo standard in termini di frequenza è quello eterosessuale. Inoltre, la frequenza sembra assumere più rilevanza della qualità e della soddisfazione dei rapporti. Una ricerca successiva ha attestato, ad esempio, che i rapporti sessuali tra donne risultano quelli in assoluto di maggiore durata, parametro in precedenza ignorato, ma fondamentale nel definire la soddisfazione del rapporto (Blair & Pukall, 2014).

2. Alla composizione dei campioni:

  • Costituiti interamente da coppie, escludendo così tutte le donne non eterosessuali coinvolte in relazioni di natura non monogama.
  • Poco rappresentativi perché formati quasi esclusivamente da donne bianche, abili, e medio-borghesi, offerte per lo più come volontarie.

 

In considerazione delle critiche ai primi studi, e di risultati di successive ricerche, appare evidente come iI focus sulla morte del letto “lesbico” restituisca un’immagine viziata della sessualità femminile. Le relazioni sessuali tra donne, infatti, non rispondono agli stereotipi sul sesso di matrice fallocentrica, cis-eteronormata: portano a riflettere sulla durata dell’attività sessuale, invece che sulla frequenza, come parametro di soddisfazione; includono anche attività non genitali e non penetrative, aprendo ad alternative all’immaginario più diffuso (e rappresentato) sul sesso.

Quali sono le conseguenze?

 Dalla sua creazione (risalente alla fine degli degli ‘80), l’espressione ha avuto una notevole fortuna, diventando ben nota alla comunità LGBTQ+ e piuttosto diffusa nel linguaggio comune, prevalentemente delle culture anglosassoni. Motivo di battute, malcontento e intenso dibattito, il mito della morte del letto “lesbico” grava anche sulla comunità LGBTQ+ italiana. Per alcun* costituisce una vera e propria paura, preannunciata come un destino inevitabile. É temuta a tal punto da diventare, talvolta, una profezia che si autoavvera. E anche se a chiunque può accadere di sperimentare una indesiderata riduzione dell’attività sessuale, l’etichetta “morte” suona come un tetro presagio sul futuro della relazione.

La sua dannosità non riguarda solo le donne non eterosessuali, ma ha un significato negativo per tutte le donne.

I miti sulla sessualità femminile la sostengono, e a loro volta ne sono alimentati: la presunta e diffusa frigidità; l’assenza o la riduzione di desiderio sessuale a confronto con la popolazione maschile; e altri ancora. Un elemento su tutti ci invita a riflettere: la divulgazione di questo mito si è originata, in questo, come in altri casi, su dati di ricerca non rappresentativi, perché risultanti dall’applicazione di parametri di indagine etero-cisnormati. Se i nostri occhi continueranno a guardare nella direzione sbagliata, è certo che faticheremo ancora nel vedere la realtà dei fatti.

La difficoltà a distaccarsi da miti come quello della morte del letto “lesbico” comporta un grave rischio, nelle possibili ricadute negative sulla salute sessuale delle donne. Come possiamo sapere che la prevenzione di malattie sessualmente trasmissibili sia garantita, se gli/le addett* al settore ritengono che l’attività sessuale tra donne sia pressoché nulla? Abbiamo certezza che le donne vengano ascoltate quando denunciano un abuso attuato da altre donne, se le forze dell’ordine minimizzano i loro rapporti sessuali? Contrastare miti dannosi come quelli della morte del letto “lesbico” non è solo necessario a dare spazio a una rappresentazione più veritiera della sessualità delle donne non eterosessuali; il suo scopo ultimo deve essere la tutela della salute sessuale delle donne, possibile solo grazie a una corretta conoscenza del tema.

Bibliografia

Blair, K. L., & Pukall, C. F. (2014). Can less be more? Comparing duration vs. frequency of sexual encounters in same-sex and mixed-sex relationships. The Canadian Journal of Human Sexuality, 23(2), 123-136.

Blumstein,P. & Schwartz, P. (1983). American couples: money, work, and sex. New York (NY): Morrow.

Cohen, J. N., & Byers, E. S. (2014). Beyond lesbian bed death: Enhancing our understanding of the sexuality of sexual-minority women in relationships. The Journal of Sex Research, 51(8), 893-903.

Iasenza, S. (2002). Beyond ‘lesbian bed death’: the passion and play in lesbian relationships. Journal of Lesbian Studies,6(1), 111-120.

Nichols, M. (2004). Lesbian sexuality/female sexuality: Rethinking ‘lesbian bed death’. Sexual and relationship therapy, 19(4), 363-371.

O’Mara, M. (2012). The correlation of sexual frequency and relationship satisfaction among lesbians. Orlando (FL): The American Academy of Clinical Sexologists.

Tiefer, L. (2001). A new view of women’s sexual problems: Why new? Why now?. The Journal of Sex Research, 38(2), 89-96.